Funziona: Il ghiaccio artico, se gli pompi sopra acqua di mare a meno cinquanta gradi, diventa più spesso davvero. E sui giornali questa storia esce ogni due anni dal 2016 ed è sempre presentata come la possibile salvezza dell’Artico. Quello che esce molto meno spesso è cosa succede a giugno. Adesso lo sappiamo, perché due test paralleli hanno appena pubblicato i risultati. Le notizie sono due, in ordine di importanza decrescente: il ghiaccio si ispessisce, e per il resto bisogna parlarne. E parliamone, va. Il tema: geoingegneria. Svolgimento?
L’idea viene dai laghi canadesi. Ogni inverno, laggiù, si costruiscono settemila chilometri di “ice road” perforando il ghiaccio e pompandoci sopra altra acqua, che gela e fa spessore per far passare i camion (si, avete letto bene). Considerato che l’ijsmeester olandese lo fa da secoli sui canali e i taglialegna canadesi lo fanno sui laghi, logico che qualcuno doveva prima o poi chiedersi se la cosa reggesse anche in mare aperto, sopra la calotta che fra una decina d’anni potrebbe scomparire d’estate.
E così è stato: se lo sono chiesto due aziende, una olandese e una britannica, fra il 2024 e il 2025. E le risposte non coincidono.
Svalbard, aprile 2024: 26 centimetri in più, e poi niente
Arctic Reflections, la startup olandese, ha perforato il ghiaccio artico di una laguna alle Svalbard quasi a un metro di profondità e ci ha infilato dentro una pompa di quelle usate proprio per rendere più spesso il ghiaccio. Per poco più di un’ora, l’acqua di mare ha allagato i venti centimetri di neve in superficie. Il giorno dopo, di nuovo. Tre giorni dopo, la pozza si era congelata su 1500 metri quadri: lo spessore totale era passato da 90 a 116 centimetri. Ventisei centimetri di guadagno netto, pulito.
Poi è arrivato giugno. Una telecamera lasciata a sorvegliare il sito ha registrato la fusione. Il ghiaccio ispessito è “marcito” qualche giorno più tardi del normale, ma alla fine è sparito praticamente lo stesso giorno del sito di controllo. Zero giorni guadagnati. Sull’Earth’s Future il bilancio è ancora più magro: l’effetto riflettente del ghiaccio extra ha appena compensato le emissioni della pompa e dei mezzi usati per portarcela. In altre parole: anche per quel sito, nulla.
Cambridge Bay, inverno 2025: dieci giorni in più
La britannica Real Ice (il CEO è il livornese Andrea Ceccolini) ha fatto un altro test nel Northwest Passage canadese, a sud del villaggio inuit di Cambridge Bay. Otto siti, 250.000 metri quadri di neve allagata e ricongelata fra dicembre e febbraio, alcuni sezioni trattate anche due volte. A maggio, lo spessore medio era 1,93 metri contro 1,62 dei controlli. Trentuno centimetri di scarto, considerevole.
I sensori di temperatura calati dentro la calotta suggeriscono che il ghiaccio dei siti trattati sia sopravvissuto sette-dieci giorni in più rispetto alla media storica, e nelle immagini satellitari di giugno i siti compaiono come macchie bianche dentro il blu dell’acqua di fusione.

Qua sta la differenza che divide i due gruppi di ricerca, e che spiega anche perché il bilancio è incerto. Quando l’acqua di mare gela, espelle sale come liquido salmastro: pompando, il ghiaccio artico diventa più caldo e più salato. Per Christian Haas dell’Alfred Wegener Institute, che ha analizzato i risultati delle Svalbard, è una pessima notizia: “non conta lo spessore, conta la qualità del ghiaccio”. Salatura come sulle strade ghiacciate d’inverno, in pratica.
Ceccolini la vede al contrario: i pori salmastri drenerebbero l’acqua di fusione, allungando la vita della calotta. Per ora, due studi, due interpretazioni, e probabilmente hanno entrambi un pezzo di ragione, ma non lo stesso pezzo.
Scheda Studio
Pubblicazioni: Field Observations of Sea Ice Thickening by Artificial Flooding, Hammer et al., su Journal of Geophysical Research: Oceans (2026). DOI: 10.1029/2025JC022738. E il complementare su Earth’s Future, DOI: 10.1029/2025EF007894.
Da 1500 metri quadri a un milione di chilometri quadrati
La visione di Real Ice, una volta che la tecnica fosse validata, è questa (cercate di immaginarla): 500.000 droni subacquei a idrogeno verde che ricongelano un milione di chilometri quadrati di calotta ogni inverno, perforando il ghiaccio dal basso. Arctic Reflections punta a un piano più chirurgico: poche aree strategiche, gli stretti dove i ghiacci scivolano via verso sud e si sciolgono. Per Michel Tsamados (University College London) il salto di scala è il problema vero: “funziona localmente, e poi? Su dieci chilometri? Su cento? Si dovrebbe farlo?”. Senza contare gli effetti sulle alghe del ghiaccio, sulle foche, sugli orsi polari, che nessuno ha ancora misurato.
L’anno scorso un articolo firmato da quarantadue scienziati esperti in materia ha messo in fila tutte le proposte di geoingegneria polare e le ha bocciate in blocco, definendole “piccoli cerotti localizzati, non soluzioni pratiche su larga scala”.
Michael Meredith del British Antarctic Survey, fra i firmatari, ha ripetuto la cosa anche stavolta. È una posizione che Futuro Prossimo ha sempre discusso con simpatia. C’è una preoccupazione legittima, fondata, che la geoingegneria diventi alibi: facciamo finta di sistemare a valle quel che non si vuole risolvere a monte.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-15 anni per una sperimentazione su scala regionale, “forse mai” per la scala continentale.
Servono altri tre o cinque anni di test sul campo per capire se il ghiaccio salato fa più danni dei giorni che fa guadagnare, e una rete logistica capace di operare a meno cinquanta gradi senza emettere quanto risparmia in albedo.
Beneficeranno per primi, se mai, alcuni passaggi marittimi strategici e i settori che lavorano la rotta artica: trasporto, estrattivo. Il dettaglio che ridimensiona è la matematica: dieci giorni guadagnati su un sito sperimentale, sei trimestri di trial per pubblicare il dato, e una calotta che sta scomparendo a un ritmo di settimane all’anno. La forbice non si chiude facile.
Nel frattempo si va avanti, perché tanto il grant britannico copre fino al 2027, e perché Ceccolini, in un’intervista di un anno fa, una cosa l’ha detta abbastanza onesta: “non siamo qui a venderlo come la soluzione al cambiamento climatico nell’Artico. Stiamo dicendo che potrebbe esserne una parte, ma dobbiamo scoprire molto di più prima che la società decida”. La parola onesta in quella frase è “potrebbe”.
Adesso ci sono due numeri: uno dice dieci giorni, uno dice zero. Il ghiaccio artico intanto, dal 1979, è calato di un terzo abbondante. Ne parleremo.
L’articolo Pompare acqua sul ghiaccio artico: funziona, ma per quanto? è tratto da Futuro Prossimo.
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