Il MIT testa un cerotto a ultrasuoni invece del pacemaker Futuro Prossimo

Il MIT testa un cerotto a ultrasuoni invece del pacemaker Futuro Prossimo

Cos’è un pacemaker? Lo sapete, dai. Ti aprono il petto, ti infilano un dispositivo grande come una moneta sotto la pelle, ci collegano dei fili che vanno fino al cuore e restano lì per anni: funziona, salva milioni di vite. Ma è pur sempre un’operazione chirurgica con tutto quello che comporta: sala operatoria, anestesia, rischio di infezione, batterie da cambiare ogni tanto, fili che a volte si rompono e quant’altro.

Adesso un gruppo di ingegneri del MIT propone un’idea diversa, e l’ha appena pubblicata su Nature Biomedical Engineering: invece di mettere un pacemaker dentro il corpo, ne attacchi uno sopra il corpo. Un cerotto grande come un francobollo, che si appiccica al petto e che parla al cuore con gli ultrasuoni. Gli stessi delle ecografie, in pratica. Niente bisturi, niente impianti, niente fili, niente batteria sotto pelle.

La parola chiave dell’esperimento è pacemaker a ultrasuoni, e dietro c’è una tecnica che si chiama sonogenetica. Un nome difficile per un’idea semplice: si insegna alle cellule del cuore ad “ascoltare” gli ultrasuoni e a rispondere battendo a tempo.

Come fa un cerotto a far battere il cuore

Il meccanismo funziona così: le cellule del cuore, normalmente, battono perché qualcosa le fa entrare in azione: un piccolo segnale elettrico che apre dei “cancelli” sulla loro superficie, fa entrare un po’ di calcio, e la cellula si contrae. Il pacemaker tradizionale fa esattamente questo, ma usando l’elettricità portata da un filo. Bene: il pacemaker a ultrasuoni del MIT salta il filo.

Prima , però (ammetto che il “colpo di scena” mi ha disorientato) bisogno di un passaggio preparatorio: una terapia genica che modifica leggermente le cellule del cuore. La modifica installa nelle cellule un cancelletto speciale, sensibile agli ultrasuoni invece che all’elettricità. È un canale ionico che si chiama MscL-G22S, ma il nome non importa: importa cosa fa. Quando arriva un’onda di ultrasuoni della frequenza giusta, il cancelletto si apre, il calcio entra, e la cellula fa quello che deve fare.

A quel punto basta il cerotto. Dentro ci sono dei piccoli trasmettitori (i ricercatori li chiamano trasduttori) che producono gli ultrasuoni alla frequenza giusta. La parte adesiva è un idrogel che si attacca bene alla pelle e lascia passare il suono senza disperderlo. Il cerotto è collegato a una piccola batteria tascabile, tipo power bank del telefono.

In sostanza: la terapia genica si fa una volta nella vita, il cerotto si indossa quando serve. La differenza con la versione tradizionale è che il dispositivo sta fuori, non dentro.

Cosa hanno visto in laboratorio

I test in laboratorio sono andati come speravano. Hanno preso cellule cardiache umane (coltivate in vitro a partire da staminali, modificate come detto sopra) e le hanno messe sotto il cerotto. Le cellule hanno cominciato a battere a tempo con gli ultrasuoni. Velocità più alta, velocità più bassa, ritmo cambiato a comando: rispondevano sempre.

Poi sono passati ai ratti vivi, alcuni con il cuore che batteva male: troppo lento, o in modo irregolare (quello che i medici chiamano aritmia). Hanno iniettato la modifica genetica nella coda, hanno applicato un mini-cerotto sul petto, lo hanno acceso. I cuori sono tornati a un ritmo normale. Quelli lenti hanno preso velocità, quelli sballati si sono rimessi in riga.

Hanno anche provato la sicurezza nel tempo: ratti con il cerotto addosso durante le normali attività quotidiane, monitorati per otto mesi. Nessun problema rilevato. E hanno fatto un ultimo passaggio, importante: hanno testato il sistema su cuori di maiale espiantati, che per dimensione assomigliano a quelli umani. Anche lì funziona, e questo è il segnale che la scala è giusta.

Le cose che il comunicato non racconta

Ok: abbiamo assodato che questo pacemaker a ultrasuoni del MIT è un risultato vero. Come sempre in questi casi, però, c’è un dettaglio che vale la pena tenere a mente, ed è proprio quello relativo alla terapia genica. Di fatto, bisogna prima modificare geneticamente il cuore del paziente con un’iniezione una tantum, simile a quella già usata per certe malattie del sangue. È una procedura che esiste, è approvata negli Stati Uniti per altri usi, e i ricercatori dicono che dovrebbe essere applicabile anche in questo caso.

Ma “dovrebbe” non è “è”: passare da un’approvazione all’altra richiede anni di studi clinici, e per ora la sperimentazione sull’uomo non è cominciata.

C’è poi una questione di prezzo. Le terapie geniche, oggi, costano da decine a centinaia di migliaia di euro a paziente. Un pacemaker tradizionale, in confronto, è economia popolare. Finché la terapia genica non diventa più accessibile, un sistema così resta una soluzione per chi se la può permettere, o per chi vive in Paesi dove qualcuno la paga.

Vale anche la pena ricordare che la stessa idea di base, 4 anni fa, l’avevamo raccontata come possibilità ancora teorica: gli ultrasuoni che attivano cellule modificate, e tra le applicazioni future si nominava proprio il pacemaker. È arrivata.

Intanto la corsa al pacemaker meno invasivo va avanti su più strade. C’è chi ha sviluppato un dispositivo grande come un chicco di riso che si scioglie da solo dopo l’uso, pensato per i neonati con problemi cardiaci temporanei. E c’è chi lavora da tempo sui cerotti a ultrasuoni per altre funzioni, come quello sviluppato a San Diego per misurare la pressione sanguigna in continuo: stessa filosofia (un cerotto al posto di un dispositivo invasivo), settori diversi.

Scheda Studio

Pubblicazione: Gong C. et al., “A wearable non-invasive sonogenetic pacemaker”, pubblicato su Nature Biomedical Engineering (2 giugno 2026). DOI: 10.1038/s41551-026-01673-z.

Dati chiave: canale ionico ingegnerizzato MscL-G22S, precisione spaziale sotto il millimetro, controllo del ritmo fino a 9 battiti al secondo, ripristino del ritmo normale in ratti con aritmie indotte, sicurezza verificata in vivo per 8 mesi, validazione di scala su cuori di maiale espiantati. Gruppo guidato da Xuanhe Zhao (MIT) con il laboratorio di Qifa Zhou (University of Southern California). Finanziamenti: NIH, NSF, Department of War.

Quando lo vedremo davvero

Orizzonte stimato: 8-12 anni per i primi pazienti, e con cautela.

Dei tre pezzi necessari, due esistono già: il cerotto a ultrasuoni e la tecnologia di terapia genica. Manca la sperimentazione clinica sull’uomo della combinazione, che è la parte lunga. Servono studi di fase 1, 2 e 3, ognuno con anni di osservazione, soprattutto perché qui non si sta solo applicando un dispositivo: si sta modificando geneticamente il cuore di una persona in modo permanente.

La cautela sarà giustamente massima. Quando arriverà, lo useranno prima i pazienti più complessi, quelli per cui il pacemaker tradizionale non funziona o non si può mettere. Solo dopo, e solo se il prezzo della terapia genica sarà sceso, diventerà un’alternativa anche per i casi normali. La tecnologia dice sì. L’economia, per ora, dice “forse”.

L’ultima scena è quella che gli ingegneri del MIT immaginano per il futuro: una persona che esce di casa con un cerotto sul petto e una piccola batteria in tasca, mentre dentro la sua cassa toracica il cuore batte al ritmo giusto, perché qualcuno gli sta parlando con il suono.

Detto così sembra fantascienza. Ma trent’anni fa anche il pacemaker normale, ai pazienti che lo ricevevano per primi, doveva sembrare una cosa difficile da credere.

L’articolo Il MIT testa un cerotto a ultrasuoni invece del pacemaker è tratto da Futuro Prossimo.

Medicina, Tecnologia, Cuore, pacemaker 

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