Poco dopo la mezzanotte, alle ore 00:12 e 35 secondi, il mare e la terra hanno tremato. Io, unico a sentire la scossa a casa, ero a Diamante (CS) per il ponte del 2 giugno e pensavo che la mia bimba avesse dato una capocciata nel muro durante il sonno. Non era questo, ovviamente. La Rete Sismica Nazionale ha registrato al largo di Amantea (a 27km circa da dove mi trovavo) un terremoto in Calabria di magnitudo locale 6.2, magnitudo momento 6.1 (poi vi dico la differenza tra le due cose) ed ipocentro a 250 chilometri di profondità.
Come spesso accade (vivo nei Campi Flegrei, ci ho fatto il callo) sono corso su X a leggere qualche commento a caldo, e ho scoperto che la scossa era stata avvertita dal Lazio alla Sicilia, in tutto il Sud Italia e fino in Croazia e Grecia. Nessun danno significativo, a parte le dovute verifiche tecniche su abitazioni a Catanzaro e Cittanova e sulla rete ferroviaria (per la qual cosa ora sto rientrando con ritardo sul Frecciarossa che torna a Napoli, ma benedetti siano i controlli di sicurezza).
Anyway, tornando a ieri
Nei primi minuti post sisma, su Facebook e nelle varie chat di paese, è ricomparso puntuale il sospetto: “è il Marsili che si sta svegliando?”. Istintivamente ho scosso la testa, ma la mia testa non è sempre una fonte attendibile: per cui ho consultato tante altre fonti. Per fortuna il risultato, stavolta, non è cambiato.
No: il Marsili sta dove sta, e questo terremoto viene da molto più sotto, da molto più lontano. Per capire perché, vale la pena spiegarsi cosa è successo davvero.
L’epicentro è in mare, a una ventina di chilometri dalla costa nord-occidentale calabra. La nota ufficiale dell’INGV lo inquadra come evento profondo, “caratteristico di quest’area del Mar Tirreno meridionale”, prodotto dalla subduzione della litosfera ionica sotto l’arco calabro. Tradotto: una placca di roccia che da milioni di anni sta sprofondando nel mantello terrestre, e che alle nostre latitudini si è incastrata circa a duecentocinquanta chilometri sotto il fondale. Lì, alle pressioni e temperature di quella profondità, le rocce normalmente si comportano in modo plastico. Quando invece si rompono, lo fanno con la magnitudo di stanotte.
Il dettaglio della stazione GIZZ
A Gizzeria, in provincia di Catanzaro, c’è una stazione sismica della Rete Nazionale che si chiama GIZZ. Dista trentotto chilometri in linea d’aria dal punto in cui questa notte si è rotta una porzione di litosfera.
Trentotto chilometri sono niente: per un terremoto crostale appenninico, fra l’arrivo dell’onda P (longitudinale) e quello dell’onda S (trasversale) passano circa cinque secondi. Stanotte, a GIZZ, ne sono passati venticinque. È la firma inconfondibile di un sisma profondo: l’energia viene da molto più in basso, le due onde viaggiano per molto più tempo, e l’effetto in superficie è una scossa avvertita su un’area enorme ma con intensità massime contenute (IV-V grado della “vecchia” scala Mercalli, secondo lo shakemap INGV).
Questa è anche la ragione per cui non ci sono state repliche, e non è strano: a quella profonditàlo i terremoti tendono a essere isolati, non sequenze. Il terremoto in Calabria di stanotte non ha innescato nulla in superficie, perché in superficie non passa la sua faglia. Storicamente, nella stessa area, l’INGV ricorda eventi di magnitudo simile a ipocentri tra 270 e 310 km (17 dicembre 2008 e 18 maggio 1998, entrambi ML 5.1). Non è un fenomeno nuovo. È un fenomeno raro, ma documentato e capito.

Perché tutti hanno scritto Marsili (e perché il Marsili non c’entra)
Il riflesso è quasi automatico: trema il Tirreno meridionale, si pensa al Marsili. È comprensibile, perché il Marsili è effettivamente il più grande vulcano sottomarino d’Europa: 70 chilometri di lunghezza, 30 di larghezza, una sommità a circa cinquecento metri sotto il livello del mare e una base a tremila.
Si trova tra Napoli e Palermo, all’incirca a metà dell’asse Eolie-Campania. E sì, secondo lo studio del CNR-IAMC e dell’INGV pubblicato su Gondwana Research, è un vulcano attivo, non spento.
Tutto vero. E per fortuna tutto irrilevante per quello che è successo questa notte. Per tre motivi tecnici precisi. Geografia: l’epicentro del sisma è davanti ad Amantea, sul versante tirrenico settentrionale della Calabria; la sommità del Marsili sta a circa centocinquanta chilometri a sud-ovest da lì, in piena scarpata tirrenica. Non sono lo stesso bacino, non sono la stessa struttura. Profondità: l’ipocentro del terremoto è a 250 km, dentro la placca ionica che sta scendendo nel mantello; la camera magmatica del Marsili e i suoi fianchi instabili stanno fra zero e qualche chilometro sotto il fondale. Sono due piani geologici diversi, separati da quasi un quarto di pianeta verticale. Meccanismo: un terremoto di subduzione nasce dalla rottura di litosfera fredda e rigida che sprofonda; un evento del Marsili sarebbe vulcanotettonico, legato a movimento di magma o collasso di fianco. Hanno firme sismiche diverse, registrate diversamente, attribuite diversamente.

Si, ma se fosse stato il Marsili? Avrebbe scatenato uno tsunami?
Nì. Anzi, per essere precisi: più no che Nì. Mi spiego meglio. L’aggiornamento dell’INGV sui Vulcani è netto: nel record storico e geologico degli tsunami che hanno interessato le coste tirreniche non ci sono evidenze di onde anomale ricollegabili a collassi laterali del Marsili.
Naturalmente questo non significa che “non potrà mai succedere”: significa che, allo stato delle conoscenze, lo scenario tsunami-Marsili descritto nelle simulazioni numeriche (lo studio di riferimento è Submarine landslides and tsunami hazard at Marsili seamount, pubblicato su Marine Geology nel 2011 dal gruppo di Enzo Boschi, allora presidente INGV) è una possibilità a bassa probabilità e alto impatto. Ed è una possibilità che richiederebbe come innesco una frana laterale di volumi consistenti, non un terremoto di subduzione a 250 chilometri sotto il fondale a centocinquanta chilometri di distanza.
Nei monitoraggi di altri sistemi magmatici, come Yellowstone, valgono ragionamenti analoghi: confondere sismicità tettonica e dinamica vulcanica è l’errore più comune.
Quello che invece nel Mediterraneo stiamo finalmente misurando
Mettiamo un attimo da parte i timori sul Marsili e gli tsunami. Mentre noialtri eravamo lì a preoccuparci, ecco cosa stavano facendo effettivamente le reti di monitoraggio che abbiamo attive. Dal 2017 esiste in Italia il SiAM, Sistema di Allertamento nazionale per i Maremoti, gestito da Dipartimento di Protezione Civile, INGV e ISPRA. Il cuore tecnico è il Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV, che valuta in tempo reale se un sisma sottomarino possa generare un maremoto, stima tempi di arrivo e tratti di costa a rischio. ISPRA passa al CAT i dati dei mareografi. NEAMTWS, il coordinamento UNESCO per Nord Atlantico, Mediterraneo e mari collegati, integra tutto su scala internazionale.
Nel settembre 2025, sempre l’INGV ha installato nel Mar Ionio due boe d’alto mare collegate via modem acustico a sensori di pressione assoluta posati sul fondale, a 3200 metri di profondità al largo della Sicilia orientale e a 2600 metri al largo della costa ionica calabra (circa cento chilometri dalla costa). I sensori rilevano variazioni della colonna d’acqua di pochi centimetri e distinguono lo tsunami dalle onde da vento e dalle maree. È la prima installazione del genere nell’area.

Un futuro di cavi intelligenti
In parallelo, come abbiamo già raccontato a proposito dei cavi ottici come sentinelle sul fondale, si sta studiando l’uso degli SMART cables (cavi sottomarini per telecomunicazioni dotati di sensori) per estendere la copertura all’intero bacino. Per fine 2026 è prevista l’adozione del Probabilistic Tsunami Forecasting, un modello che restituisce la previsione in termini di probabilità anziché di sì/no.
Un punto debole, a dirla tutta, c’è. Eccome. Sul Tirreno meridionale, dove il Marsili è la grande preoccupazione teorica del pubblico, sensori di fondo dedicati per ora non ci sono. Il monitoraggio del vulcano stesso è limitato a campagne periodiche dal 2006: la nostra capacità di “vedere” sotto al fondale, anche grazie alla tomografia sismica passiva, sta crescendo, ma la rete strumentale fissa nel Tirreno meridionale è ancora molto “sottile”.
Scheda evento
Fonte: INGV, “Evento sismico Mw 6.1 al largo della Costa Calabra nord occidentale, 2 giugno 2026“, blog ufficiale INGVterremoti.
Dati chiave: ML 6.2 (Mw 6.1), ore 00:12:35 del 2 giugno 2026, epicentro in mare a circa 20 km dalla costa calabra nord-occidentale (Amantea, CS), profondità circa 250 km. Avvertito dal Lazio alla Sicilia, fino in Grecia. Intensità massima IV-V MCS. Nessun danno strutturale. Meccanismo: subduzione della litosfera ionica sotto l’arco calabro. Studio di riferimento sul rischio Marsili: Boschi et al., “Submarine landslides and tsunami hazard at Marsili seamount“, Marine Geology, 2011.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 3-5 anni per la copertura strumentale completa del Tirreno meridionale; 1-2 anni per l’adozione operativa del Probabilistic Tsunami Forecasting.
Le prossime boe NEAMTWS sono già pianificate, ma le priorità geografiche restano l’Egeo e lo Ionio meridionale, non il Tirreno. Per avere sensori di pressione di fondo davanti alle coste tirreniche serviranno fondi PNRR di seconda generazione e una decisione politica che oggi non è sul tavolo.
Gli SMART cables coprono il bacino dove i cavi sottomarini delle telecomunicazioni passano davvero: Sicilia-Malta-Libia, Sardegna-Tunisia, asse Genova-Marsiglia. Ne beneficiano per primi le grandi rotte commerciali e i corridoi telecom, in quest’ordine, poi le coste italiane. Il Marsili continuerà a essere monitorato per campagne, non in continuo: il salto a un sistema permanente richiede infrastrutture che oggi nessuno ha finanziato.
Alla fine di questo lungo articolo nato come un quaderno di appunti subito dopo la mini strizza di ieri, registro che questa notte del 2 giugno il sistema ha funzionato esattamente come doveva: un terremoto profondo è stato classificato come tale in pochi minuti, l’unità di crisi della Protezione Civile si è riunita all’una, le verifiche sui comuni dell’epicentro hanno escluso danni, nessuna allerta tsunami è stata emessa perché non c’erano i presupposti fisici per emetterla. A parte il mio treno in ritardo, tutto bene.
In parallelo, su un’altra rete che il SiAM non monitora, girava la storia del mostro Marsili che si sveglia, una storia stavolta a lieto fine. Funzionano entrambe, se ci pensate: la prima rete ci protegge dai maremoti, la seconda rete ci protegge dalla noia (sempre se non esageriamo).
O no?
L’articolo Terremoto nel Sud Italia: cosa c’è sotto (spoiler, non è il Marsili) è tratto da Futuro Prossimo.
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